Una radiografia del 2017 mostrava uno scivolamento di L5 di circa 3 mm.

Nel 2026, una nuova immagine riportava uno scivolamento di circa 12 mm.

Nel frattempo la situazione clinica era diventata importante, con forte dolore lombare e sintomi irradiati agli arti inferiori.

La paziente è stata quindi sottoposta a intervento chirurgico di stabilizzazione del segmento L5-S1 mediante viti transpeduncolari, barre e spacer intersomatico.

Io l’ho conosciuta soltanto dopo l’intervento.

Ed è proprio da qui che inizia la parte più interessante dal punto di vista riabilitativo.

Perché una cosa è stabilizzare chirurgicamente un segmento vertebrale.

Un’altra è aiutare una persona a tornare a muoversi, camminare, produrre forza e fidarsi nuovamente della propria schiena.

Che cos’è una spondilolistesi L5-S1?

Con il termine spondilolistesi si indica lo spostamento di una vertebra rispetto a quella sottostante.

Quando interessa il segmento L5-S1, la quinta vertebra lombare si trova spostata rispetto al sacro.

Ma c’è un punto fondamentale da chiarire:

la spondilolistesi è un reperto anatomico. Non è una misura diretta di quanto una persona debba avere dolore o essere disabile.

Le linee guida della North American Spine Society sottolineano infatti che la presentazione clinica può essere molto diversa: alcune persone possono essere asintomatiche, mentre altre possono presentare lombalgia, dolore radicolare o sintomi compatibili con stenosi.

Per questo una radiografia deve essere interpretata insieme a:

  • sintomi;
  • esame clinico;
  • capacità funzionali;
  • eventuali deficit neurologici;
  • evoluzione nel tempo;
  • altri esami diagnostici quando necessari.

La colonna nell’immagine e la persona davanti a noi non sono la stessa cosa.

Da 3 mm a 12 mm: cosa significa?

Nel caso di questa paziente, le immagini disponibili a distanza di anni documentavano una chiara progressione dello scivolamento.

È un dato importante.

Ma sarebbe scorretto concludere:

“Era arrivata a 12 mm, quindi doveva essere operata.”

L’indicazione chirurgica non dovrebbe essere ridotta a un singolo numero radiografico.

Il quadro clinico complessivo, la presenza di sintomi neurologici o radicolari, l’eventuale stenosi, la risposta ai trattamenti precedenti e le caratteristiche specifiche della spondilolistesi contribuiscono alla decisione terapeutica. Le linee guida NASS distinguono infatti le indicazioni chirurgiche in base alla presentazione clinica e non semplicemente alla quantità di scivolamento osservata.

E c’è un’altra precisazione importante.

Non avendo seguito questa paziente prima dell’intervento, non posso affermare che un determinato programma di esercizi avrebbe evitato la chirurgia.

Sarebbe una ricostruzione retrospettiva non sostenibile.

Posso invece raccontare ciò che ho effettivamente seguito:

la riabilitazione post-operatoria.

Dopo l’artrodesi, il lavoro non è finito

La chirurgia ha modificato e stabilizzato il segmento L5-S1.

Ma viti e barre non restituiscono automaticamente:

forza, resistenza, sicurezza nel movimento, autonomia e tolleranza al carico.

Queste capacità devono essere progressivamente recuperate.

La ricerca sulla riabilitazione dopo fusione lombare non identifica un singolo protocollo universalmente superiore e rimane una certa eterogeneità nei programmi utilizzati.

Esistono però studi randomizzati che mostrano come programmi riabilitativi attivi, progressivi e attenti anche alla paura del movimento possano contribuire al recupero dopo fusione lombare. In pazienti operati anche per spondilolistesi, un programma che integrava esercizio e strategie rivolte a catastrofizzazione e chinesiofobia ha prodotto miglioramenti rispetto alla sola prescrizione generica di esercizi.

Studi più recenti continuano inoltre a esplorare l’utilità dell’esercizio guidato e della progressione dell’attività dopo chirurgia lombare.

Questo non significa che tutti debbano iniziare gli stessi esercizi nello stesso momento.

Tipo di intervento, indicazioni del chirurgo, guarigione dei tessuti, sintomi e risposta individuale vengono prima del protocollo.

Prima fase: tornare alle attività semplici

Dopo una chirurgia lombare importante è facile pensare che la riabilitazione debba iniziare con esercizi sofisticati.

Spesso non è così.

Nelle prime fasi diventano importanti azioni apparentemente banali:

  • alzarsi e sedersi;
  • cambiare posizione;
  • camminare;
  • gestire le attività quotidiane;
  • aumentare gradualmente il tempo trascorso in movimento.

Sono attività semplici, ma rappresentano già una forma di esposizione progressiva al carico.

Il primo obiettivo non è dimostrare quanto sia forte la schiena.

È creare le condizioni perché la persona possa ricominciare a utilizzarla.

Proteggere è necessario. Proteggere per sempre no.

Dopo un intervento esiste inevitabilmente una fase in cui determinate attività devono essere limitate.

Questo è diverso dal costruire nel paziente l’idea che la schiena sia diventata permanentemente fragile.

Con il procedere della guarigione, la riabilitazione deve progressivamente spostarsi:

dalla protezione alla capacità.

Significa aumentare gradualmente ciò che viene richiesto al sistema:

movimento → controllo → forza → resistenza → attività quotidiane → richieste più specifiche.

Uno studio randomizzato condotto dopo fusione lombare per spondilolistesi e stenosi ha mostrato proprio l’importanza di affrontare non soltanto gli aspetti fisici, ma anche paura del movimento e convinzioni catastrofiche durante il recupero.

È un concetto clinicamente molto importante.

Dopo mesi o anni di dolore e dopo un intervento chirurgico importante, non dobbiamo recuperare soltanto una colonna.

Dobbiamo spesso recuperare anche la fiducia nell’utilizzarla.

Esercizio dopo artrodesi: non esiste quello “giusto” per tutti

Una delle domande più frequenti è:

“Quali esercizi devo fare dopo un’artrodesi?”

La risposta più corretta non è una lista di cinque esercizi.

Dipende dalla fase del recupero.

In momenti diversi può essere necessario lavorare su:

  • cammino;
  • controllo del tronco;
  • forza degli arti inferiori;
  • capacità di sollevare e trasportare carichi;
  • equilibrio;
  • resistenza;
  • ritorno alle attività lavorative o sportive.

Un trial del 2025 sull’esercizio dopo chirurgia lombare ha confrontato un programma guidato con esercizio autogestito, confermando quanto il tema della dose e della supervisione dell’esercizio postoperatorio sia ancora oggetto di ricerca e non possa essere ridotto a un protocollo standard valido per tutti.

La domanda utile diventa quindi:

“Quale capacità manca oggi a questa persona per fare ciò che deve fare?”

E da quella risposta si costruisce l’esercizio.

Una radiografia non misura la funzione

Questo caso mostra bene un errore frequente nel modo in cui guardiamo la colonna vertebrale.

La radiografia del 2017 mostrava circa 3 mm.

Quella del 2026 circa 12 mm.

Dopo l’intervento possiamo vedere viti, barre e lo spacer.

Sono informazioni importanti.

Ma nessuna di queste immagini può dirci direttamente:

  • quanto riesce a camminare la paziente;
  • quanto è forte;
  • quanto teme un determinato movimento;
  • quanto carico riesce a tollerare;
  • se riesce a lavorare;
  • se riesce a svolgere nuovamente le attività che per lei contano.

La stessa North American Spine Society sottolinea che la spondilolistesi rappresenta un reperto anatomico la cui espressione clinica può essere molto variabile.

Per questo nel percorso post-operatorio l’immagine rimane importante, ma non può diventare l’unica misura del recupero.

Fisioterapia dopo intervento per spondilolistesi a Roma Balduina

Dopo un intervento alla colonna è normale avere dubbi:

Quanto posso muovermi?

Posso piegarmi?

Quando posso iniziare a rinforzare?

Il dolore che sento significa che sto facendo danni?

Quando potrò tornare alle mie attività?

Non esiste una risposta identica per tutti.

Nel mio studio di fisioterapia e osteopatia a Roma, zona Balduina, il percorso post-operatorio viene impostato partendo da:

  • tipo di intervento eseguito;
  • indicazioni del chirurgo;
  • fase di guarigione;
  • sintomi presenti;
  • capacità attuali;
  • attività che la persona deve recuperare.

L’obiettivo non è “sbloccare” una vertebra stabilizzata chirurgicamente.

È molto più concreto:

restituire progressivamente alla persona la capacità di utilizzare il proprio corpo.

Dalla protezione alla capacità

La chirurgia può essere necessaria per modificare una situazione anatomica e stabilizzare un segmento.

La fisioterapia ha un compito diverso.

Deve accompagnare il passaggio da:

“Devo stare attento alla mia schiena”

a:

“So cosa posso fare e sto ricostruendo ciò che ancora mi manca.”

Perché alla fine la vera misura del recupero non sono soltanto i millimetri osservati su una radiografia.

È quanto della propria vita una persona riesce a riprendersi.

Hai subito un intervento alla colonna?

Se hai effettuato un intervento per spondilolistesi, stenosi lombare o altre problematiche della colonna e devi affrontare il percorso riabilitativo, puoi prenotare una valutazione fisioterapica nel mio studio a Roma Balduina.

La valutazione serve a capire in quale fase del recupero ti trovi e quali capacità devono essere ricostruite progressivamente.

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