Una frattura di tibia e perone può cambiare drasticamente, almeno per un periodo, la capacità di camminare, caricare il piede, muovere la caviglia e svolgere attività sportive.
Ma dopo l’intervento chirurgico il problema non è semplicemente:
“Quando potrò tornare a camminare?”
La domanda più utile è:
“Quali capacità devo recuperare, e in quale ordine?”
È proprio questo il principio che ha guidato il percorso riabilitativo di una giovane paziente che ho seguito nel mio studio di fisioterapia a Roma, zona Balduina, dopo una caduta durante l’arrampicata che aveva provocato fratture bilaterali di tibia e perone e successivo intervento alle caviglie.
Prima fase: recuperare il movimento
Dopo l’intervento entrambe le caviglie presentavano una marcata riduzione della mobilità.
Non è difficile capire perché.
Tra trauma, chirurgia, edema, cicatrici e periodo di ridotto utilizzo dell’arto, il movimento può diventare progressivamente più limitato.
In questa fase il primo obiettivo non era quindi eseguire esercizi particolarmente complessi, ma recuperare progressivamente l’articolarità del piede e della caviglia e la tolleranza al movimento.
Dopo la stabilizzazione chirurgica di alcune fratture della caviglia, la mobilizzazione può essere introdotta relativamente presto quando le condizioni della frattura, dei tessuti e della fissazione lo permettono. Studi clinici hanno mostrato che programmi che includono movimento precoce possono favorire un recupero più rapido del range articolare e della funzione in pazienti selezionati.
Questo però non significa:
“Prima si muove, meglio è” in qualsiasi situazione.
Tipo di frattura, stabilità della sintesi, condizioni dei tessuti, guarigione della ferita e indicazioni del chirurgo vengono prima di qualsiasi protocollo standardizzato. Anche le indicazioni AO sottolineano come tempi e modalità di mobilizzazione e carico debbano dipendere dalla stabilità ottenuta e dall’evoluzione della consolidazione.
Il carico non si improvvisa: si costruisce
Un altro passaggio fondamentale è stato il ritorno progressivo al carico.
Nel caso specifico il percorso è passato attraverso diverse fasi:
divieto di carico → carico sfiorante → carico parziale → carico completo
Non riporto volutamente un numero preciso di settimane per ogni passaggio.
Sarebbe scorretto trasformare la storia di una singola paziente in un protocollo valido per tutti.
Il momento in cui è possibile aumentare il carico dipende dal tipo di frattura, dalla procedura chirurgica, dalla stabilità della fissazione, dalla consolidazione ossea e dalle indicazioni dell’ortopedico.
Negli ultimi anni diversi studi randomizzati hanno mostrato che, quando la fissazione è stabile e il paziente è adeguatamente selezionato, un carico più precoce può produrre buoni risultati funzionali senza necessariamente aumentare le complicanze rispetto a periodi più lunghi di non carico.
La conclusione non è quindi che bisogna caricare subito.
È un’altra:
il carico è una variabile terapeutica da dosare, non qualcosa da evitare indefinitamente.
Dopo l’immobilità bisogna recuperare forza
Quando una persona utilizza meno un arto per settimane, inevitabilmente cambia anche la sua capacità di produrre forza.
Per questo, una volta create le condizioni necessarie, il rinforzo muscolare è diventato una componente importante della riabilitazione.
Ed è qui che entra un dettaglio interessante del caso.
Soleo e gastrocnemio: non tutti i calf raise sono uguali
Il polpaccio viene spesso trattato come se fosse un unico muscolo.
Non lo è.
Il gastrocnemio attraversa sia il ginocchio sia la caviglia.
Il soleo, invece, non attraversa il ginocchio.
Questa differenza anatomica può essere sfruttata quando scegliamo gli esercizi.
Nel percorso della paziente sono state utilizzate, tra le altre, due varianti:
Ginocchio flesso: sollevamento del tallone durante un ponte monopodalico.
Ginocchio esteso: sollevamento del tallone in stazione eretta.
Con il ginocchio flesso il gastrocnemio si trova in una posizione meccanicamente differente e il lavoro può essere orientato maggiormente verso il soleo.
Con il ginocchio esteso aumenta invece il contributo dei gastrocnemi.
Questo non significa poter “spegnere” completamente un muscolo e isolare l’altro.
Significa modificare l’enfasi dello stimolo.
Ed è un esempio di un concetto molto più importante dell’esercizio stesso:
riabilitare non significa scegliere un esercizio. Significa scegliere quale capacità vuoi recuperare.
Equilibrio e propriocezione: tornare a controllare il carico
La riabilitazione non si conclude quando il paziente riesce nuovamente a stare in piedi.
Soprattutto dopo un trauma importante alle caviglie bisogna recuperare anche la capacità di:
- gestire le variazioni del carico;
- mantenere l’equilibrio;
- reagire a perturbazioni;
- controllare il piede durante compiti progressivamente più complessi.
Per questo abbiamo inserito anche esercizi su pedane destabilizzanti, passando progressivamente da condizioni più semplici a richieste di controllo maggiori.
L’obiettivo non era semplicemente “allenare la propriocezione” come concetto astratto.
Era riportare la paziente verso situazioni nelle quali il sistema deve nuovamente percepire, controllare e reagire al carico.
Anche studi condotti dopo fratture di caviglia hanno esplorato l’integrazione di esercizi propriocettivi durante la riabilitazione, mentre il recupero della funzione dopo una frattura può continuare per molti mesi e non coincide semplicemente con la consolidazione dell’osso.
La radiografia può guarire prima della funzione
Questo è forse il punto più importante.
L’osso deve consolidare.
Ma una buona radiografia non restituisce automaticamente:
mobilità, forza, equilibrio, sicurezza, capacità di camminare o possibilità di tornare allo sport.
La chirurgia ripara e stabilizza ciò che deve guarire.
La riabilitazione deve progressivamente ricostruire ciò che la persona deve tornare a fare.
Ed è per questo che dopo una frattura di tibia e perone il percorso può comprendere fasi molto diverse:
mobilità → progressione del carico → forza → controllo → compiti funzionali → ritorno alle attività.
Non necessariamente in modo perfettamente lineare.
Riabilitazione dopo frattura di tibia e perone a Roma Balduina
Se dopo una frattura o un intervento alla caviglia avverti ancora:
- rigidità;
- difficoltà nel cammino;
- perdita di forza;
- insicurezza durante l’appoggio;
- difficoltà sulle scale;
- ridotta capacità di spinta;
- difficoltà nel ritorno allo sport,
la valutazione fisioterapica serve innanzitutto a capire quale capacità è ancora limitante.
Nel mio studio di fisioterapia e osteopatia a Roma, zona Balduina, il percorso viene costruito sulla situazione clinica della persona e sulle indicazioni ortopediche, senza applicare automaticamente lo stesso protocollo a tutti.
Il principio è semplice
Il recupero non consiste nel fare più esercizi.
Consiste nel dare al corpo il carico giusto, nel momento giusto, per recuperare la funzione necessaria.
Vuoi valutare il recupero della tua caviglia?
Se hai subito una frattura, un intervento chirurgico o stai avendo difficoltà a recuperare mobilità, forza e sicurezza durante il cammino, puoi prenotare una valutazione fisioterapica nel mio studio a Roma Balduina.
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